«Avevamo visto giusto, in mesi nei quali il silenzio in materia era assordante, indicando i pericoli cui l’aeroporto di Pescara andava incontro. Allora la commissione parlamentare d’inchiesta sugli aeroporti italiani, adesso il piano
di riordino redatto dall’Enac, hanno materializzato le previsioni peggiori circa il temuto ridimensionamento dello scalo d’Abruzzo e degli altri piccoli aeroporti. A poco servono rassicurazioni d’ufficio, perché se davvero i progetti di concentrazione del grosso del traffico passeggeri in alcuni grandi aeroporti fossero confermati, le prospettive di sviluppo del turismo nella nostra regione subirebbero un colpo decisivo». Lo afferma il presidente regionale della Cna, Italo Lupo, in una nota pubblicata dal quotidiano Il Messaggero a proposito di un’inchiesta sul possibile ridimensionamento dello scalo regionale.«Dati alla mano – prosegue Lupo - va ricordato che è stato soprattutto il traffico low cost a dare grande impulso all’aeroporto d’Abruzzo: nella top ten degli scali italiani, infatti, l’aeroporto di Pescara detiene una quota molto significativa, con ben il 62,16% del totale dei voli in transito, rispetto a una media nazionale che è solo del 33%. Questo vuol dire che senza il contributo decisivo di compagnie come Ryanair (mi piace chiamare ognuno con il proprio nome) saremmo ancora all’anno zero del traffico aeroportuale, in tutto e per tutto dipendenti dalle quote residuali girate da grandi scali come Fiumicino. E’ a questo che ci vuol tornare, dopo che già in passato la compagnia di bandiera lasciò gli abruzzesi al proprio destino? A carovane intruppate per ore su autostrada e raccordo anulare di Roma?».
«Si dice – prosegue il presidente della Cna - che mantenere in piedi l’attività dei piccoli aeroporti è eccessivamente oneroso per le casse pubbliche, negli altri Paesi europei il traffico è concentrato in pochi, grandissimi hub. Così, la via scelta per ridimensionare i piccoli scali sarebbe quella di “affamarli”, trasferendo alle società di gestione tutti gli oneri indiretti, e rendendo dunque anti-economico, se non impossibile, mantenere in piedi con gli investimenti attuali tutta l’attività. Come se mettere in piedi un pauroso sistema di mobilità verso scali giganteschi non comporti altri costi economici e sociali per i singoli e per il territorio: ha idea l’Enac di cosa significhi in inverno passare l’Appennino per raggiungere Roma? Ha idea dell’impatto del traffico che subirebbe la Capitale?»
«A questo punto – puntualizza - messe da parte le parole, occorre che le diverse parti in causa facciano la propria parte. Le istituzioni locali, innanzi tutto, che di fronte a progetti messi nero su bianco non possono certo fingere di non vedere: occorra avviare subito con l’Enac e il ministero dei Trasporti una trattativa per chiedere che vada previsto almeno un scalo per ogni regione. Curioso che un’Italia che straparla di federalismo permetta di tenere in piedi una dozzina di aeroporti tra Lombardia e Veneto, scegliendo invece di mandare a piedi abruzzesi, marchigiani ed umbri. Ancora, il processo di apertura ai privati della società di gestione, la Saga, deve essere a questo punto più rapido e deciso: avevamo indicato come modello virtuoso quello dello scalo di Ancona (dove la “Fiduciaria Marche”, una sigla dietro la quale si cela un qualificato pool di professionisti che investono fondi loro assegnati da una clientela scelta e riservata detiene ben il 23% del capitale sociale), ma adesso occorre mettere in piedi anche in Abruzzo un processo analogo, che veda un più deciso e marcato protagonismo delle Camere di commercio, delle imprese turistiche, delle aziende. Ferma restando, ovviamente, la garanzia di mantenere e ampliare la partecipazione pubblica attuale».
«Grazie alle compagnie low cost – conclude - i nostri figli hanno l’Europa a portata di mano, e a prezzi stracciati si possono raggiungere in poche ore decine di destinazioni. L’idea di tornare a una realtà dove – se va bene – si può raggiungere Milano “a peso d’oro”, semplicemente perché si elimina la concorrenza, dovrebbe far riflettere anche su uno spazio culturale e di libertà che si perde».







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